
La protesta dei monaci esce da Lhasa e si allarga a tutto il Tibet storico mentre il Dalai Lama chiede un’inchiesta internazionale sul “genocidio culturale” nella regione e denuncia che a Lhasa venerdì ci sono stati 80 morti.
“La nazione tibetana è in grave pericolo. Che il governo cinese lo ammetta o no c’è un problema ha detto il Dalai lama chiedendo l’inchiesta e appellandosi anche per la fine della violenza.
Ma da Pechino la richiesta di inchiesta del Dalai rischia di sembrare una nuova provocazione politica mentre dimostrazioni anche violente si propagano a macchia di leopardo per mezza Cina.
Ieri nel distretto di Aba, in quella parte dell’attuale provincia del Sichuan che era l’Amdo nel Tibet storico, alcune centinaia di tibetani hanno preso d’assalto una caserma di polizia e un mercato bruciandoli con bottiglie molotov. I dimostranti hanno dato fuoco anche a due auto e un camion della polizia
“Sono impazziti!” ha detto con voce tremula al telefono un agente di Aba. Gli agenti hanno reagito sparando gas lacrimogeni e arrestando cinque persone.
Fonti tibetane all’estero dicono che sette persone sono state uccise, ma la polizia locale lo nega. Un residente tibetano di Aba ha detto che in città circolano voci che i morti siano una decina, si sono sentiti spari, ma non è chiaro se fossero solo lacrimogeni. I dimostranti erano per la maggior parte studenti del locale liceo in lingua tibetana.
La situazione è molto tesa nel centro. La polizia ha cominciato ad andare casa per casa alla ricerca di persone ferite, che quindi potrebbero avere partecipato ai disordini.
Nella stessa giornata il vicino monastero di Ngaba Kirti ha issato una bandiera nazionale del Tibet, proibita in Cina. Forze di sicurezza hanno fatto irruzione del monastero impedendo ai monaci di uscire.
Nella provincia del Qianghai, sempre parte del Tibet storico, un centinaio si monaci del monastero di Rongwo a Tongren, sono saliti sopra una collina a bruciare incenso e sparare fuochi d’artificio per protesta contro la repressione in Tibet.
Sabato c’erano stati altri disordini a Xiahe, nell’attuale provincia del Gansu, sede del più grande monastero lamaista fuori dalla regione autonoma del Tibet, quello di Lebrang che ospita una storica biblioteca tibetana.
Un gruppo di dimostranti, tra i mille e i cinquemila a seconda delle testimonianze, inneggiava all’indipendenza del Tibet. La protesta è stata dispersa con uso di lacrimogeni.
Oggi ci sono notizie anche di dimostrazioni, sempre sabato nelle cittadine di Bora e Luchu ancora nel Gansu.
Intanto si è aperta la guerra dei numeri tra Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio, e Pechino. Ieri i tibetani in India hanno detto che nelle violenze della settimana scorsa ci sono stati 80 morti e 72 feriti. Il giorno prima un portavoce del Dalai Lama aveva parlato di 30 morti tra i dimostranti dicendo che il conto finale poteva arrivare a cento.
Ieri Pechino ha ribadito invece che ci sono stati dieci “civili innocenti” morti e 12 poliziotti feriti gravemente. La televisione di stato ha poi detto che una ragazzina non è riuscita a fuggire dalla sua casa incendiata dai dimostranti ed è morta fra le fiamme.
E Lhasa è ancora l’epicentro e la capitale di tutti i problemi. La televisione cinese ha mostrato le strade della città praticamente deserte con autoblindo di pattuglia e soldati che andavano di casa in casa spiegando che la situazione è ritornata sotto controllo.
Altoparlanti urlano slogan intimando ai cittadini di “distinguere fra nemici ed amici e mantenere l’ordine”.
La città vecchia, il centro turistico, è chiusa e solo una piccola parte dei negozi assaltati venerdì domenica aveva riaperto.
Secondo testimonianze almeno duecento veicoli militari, ciascuno con a bordo decine di perone, sono arrivati in città. Oggi nel pomeriggio ora italiana finisce l’ultimatum delle autorità ai rivoltosi di consegnarsi. Dopo il governo promette pene severe contro tutti quelli che saranno arrestati.
È probabile che il governo stia compilando una “lista nera” di prossimi arresti. Ma per oggi il vero interrogativo è se ci saranno ancora proteste in quella immensa parte del paese, un quarto del territorio cinese, rivendicato come Tibet dai tibetani in esilio.
Questo forse e' il punto più delicato di tutta la vicenda, perché questa fiammata di nuovo nazionalismo dei tibetani, circa 4 milioni in Cina, rischia di accendere per reazione anche il nazionalismo del resto dei cinesi, che sono quasi 1,4 miliardi di persone.
Praticamente il governo cinese , come ha sempre fatto , non accetta proteste anche se esse sono pacifiche o come in questo caso , fatte direttamente dai monaci : VERGOGNA ! Meno male che questo paese deve ospitare le olimpiadi .... che bella figura...L'unico paese in cui le repressioni sono ancora lecite .
Come mai ora l'America non interviene ? Anzi oltre a non intervenire cerca anche di smorzare i toni della protesta : tutto questo solo perche' sta' nascendo una piccola forma di collaborazione tra i due paesi ?
Bella collaborazione : beh d'altro canto cosa ci si poteva aspettare dalla Cina e l'America quando si parla di diritti umani calpestati ?
PIETA'! Comportandovi in questo modo non fate altro che alimentare l'odio che la popolazione mondiale ha gia' verso di voi ...
Spero che le olimpiadi vengano boicottate e che questo paese , dove la vita umana non vale niente , non abbia piu' la possibilita' di ospitare manifestazioni sportive di questo livello .
VERGOGNA!